Soffri di emicrania? Oltre il dolore quasi sempre rischi di perdere il lavoro

Sono più di sei milioni gli italiani che ne soffrono: e oltre alla sofferenza devono fare i conti con senso di colpa, difficoltà nel fare progetti, isolamento, limitazioni in ogni aspetto della quotidianità

La malattia del dolore che nessuno cura

La malattia del dolore che nessuno cura

Salute 24 luglio 2020
Solo chi ne soffre sa. Sa il dolore. E non solo. Anche senso di colpa, difficoltà nel fare progetti, isolamento, limitazioni in ogni aspetto della quotidianità, problemi sul lavoro, incomprensione da parte degli altri che poco sanno della malattia. I 6 milioni di italiani che soffrono di emicrania vivono spesso una vita sospesa tra un attacco e la costante paura del successivo. È quanto emerge da una ricerca promossa dall’azienda farmaceutica Teva Italia e condotta da Elma Research, presentata oggi nel seminario web “Emicrania: bisogni da soddisfare e sfide da vincere. Fremanezumab, una nuova opportunità per i pazienti”. Un incontro dedicato alla prima terapia mirata contro questa malattia, dal 21 luglio rimborsata dal Servizio sanitario nazionale per i pazienti adulti che presentano almeno 8 giorni di emicrania al mese e con la prescrizione di un centro cefalee.

“L’emicrania – ha spiegato Cristina Anfossi, direttore di ricerca di Elma Research – pervade tutte le dimensioni della vita di una persona. La paura dell’attacco porta a fare attenzione a ogni elemento che potrebbe scatenarlo: l’alimentazione, il sonno, la temperatura, la luce, il rumore. Le persone, in particolare le donne, finiscono per percepirsi come ‘difettosi’, si sentono in colpa perché la malattia sottrae tempo da dedicare ai figli, al partner, agli amici”. E nel mondo del lavoro i problemi peggiorano. “L’ambiente lavorativo – continua Anfossi – spesso non aiuta: open space in cui c’è rumore, luce inadeguata, ore al pc, odori. Oltre questo ci sono i pregiudizi da affrontare. Spesso quindi si finisce a non raccontare a colleghi e superiori la propria malattia con le difficoltà di conciliare gli attacchi invalidanti con il lavoro”.