Pochi, con turni massacranti e a rischio denunce: la dura vita di rianimatori e anestesisti

A tracciare le condizioni della categoria, impegnata anche sul fronte Covid-19, è Alessandro Vergallo, presidente dell'associazione Aaroi-Emac. "Siamo solo 18mila mentre le emergenze dilagano"

Le condizioni difficili in cui operano gli anestesisti-rianimatori in Italia

Le condizioni difficili in cui operano gli anestesisti-rianimatori in Italia

Salute 14 ottobre 2020
Esausti e arrabbiati. I rianimatori in Italia non ci stanno: denuciano carenze d'organico e un carico di lavoro massacrante. E in più anche a rischio quotidiano di cause civili e penali. A tracciare le condizioni della categoria, impegnata anche sul fronte Covid-19, è Alessandro Vergallo, presidente nazionale dell'associazione Aaroi-Emac (Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani-emergenza area critica), intervenuto come ospite alla trasmissione condotta da Stefano Bandecchi su Cusano Italia Tv.
"Oggi in Italia abbiamo circa 18mila anestesisti e rianimatori, sono 10 anni che denunciamo la carenza di almeno 4mila unità. A queste carenze finora abbiamo fatto fronte con straordinari anche non pagati, con turni di lavoro massacranti. Hanno cominciato anche a piovere su di noi denunce penali e il Governo aveva promesso che ci avrebbe protetto". Sono le parole di
"C'è quel movimento di opinione, che dovendo cercare un colpevole a tutti i costi associato al negazionismo, ascriveva alle cure intensive la colpa di un esito infausto della malattia, a questo si sono associati avvocati anche di grido che hanno capitanato delle cause", ha spiegato Vergallo raccontando che "alla nostra associazione arrivano telefonate di colleghi che sono convocati nottetempo nei posti di polizia per rendere dichiarazioni, che poi finiscono nel nulla, ma che stressano ulteriormente persone già provate per il lavoro massacrante che stanno svolgendo".

Riguardo alle modalità scelte per aumentare i numeri dei professionisti, "l'ultima novità riguarda un raddoppio delle borse di studio per la nostra specializzazione, ma i risultati li vedremo fra 5 anni - ha avvertito Vergallo - Se non si rende attrattiva sotto il profilo economico e sotto il profilo della sicurezza la nostra professione, quei 1.600 posti di quest'anno accademico rischiamo di non riempirli".