Amenta: “La telemedicina avrebbe potuto salvare vite e non lasciare nessuno in balia del Covid”

Parla il presidente del Cirm (Centro internazionale radio medico) e professore dell'Università di Camerino

Il professor Francesco Amenta

Il professor Francesco Amenta

globalist 17 dicembre 2020

di Antonello Setta

Professore come sta vivendo l’emergenza Covid, con l’Italia che si divide fra allarmisti e negazionisti, più o meno incoscienti?

Il problema è molto serio e i negazionisti proprio non capisco come facciano, con tutte le migliaia di morti che ci sono stati. Purtroppo - spiega il direttore del Cirm rispondendo all’Agenzia SprayNews - moltissime persone non si sono rese conto della gravità della situazione. 

Quanto sarebbe importante la telemedicina per combattete la pandemia?

La telemedicina sta finalmente assurgendo agli onori della cronaca. Ci si rende conto che sarebbe molto più comodo e meno rischioso trattare le persone, che hanno una positività al Covid, lasciandole a casa e senza, quindi, intasare gli ospedali e i pronto soccorsi.

 

Perché ci si accorge solo ora della telemedicina?

In verità la telemedicina ha più di un secolo di vita. Pensi che i primi esperimenti risalgono al 1903, quando Willem Einthoven, lo scopritore della moderna elettrocardiografia, inviava i referti degli elettrocardiogrammi da un piano all’altro dell’istituto dell’Università di Gand, utilizzando la rete telefonica. La telemedicina ha una potenzialità enorme, perché consente l’erogazione di una prestazione sanitaria, fra due persone, il medico e il paziente, che non si trovano nella stessa stanza, di ospedale o privata, che sia.

 

Con quali vantaggi?

E’ molto più comodo fare i viaggiare i dati, piuttosto che le persone. La telemedicina è un’opportunità enorme, purtroppo ancora non conosciuta, apprezzata e utilizzato su vasca scala, come meriterebbe. 

Ci sono, però, problemi non da poco, ancora da approfondire e risolvere?

Certo, la sicurezza della rete e la protezione delle informazioni. La struttura del sistema deve essere rigida. Per esempio, se io mando al mio dermatologo una foto di una lesione della pelle per whattsapp, non le so neppure dire che cosa sia, ma sicuramente non è telemedicina, che si poggia su basi scientifiche e su protocolli controllati e collaudati. La tecnologia, applicata alla telemedicina, garantisce risultati molto spesso non diversi da quelli ottenuti, stando non a distanza, ma face to face.

Tutto bello e appassionante, ma perché la telemedicina rimane ai margini dei sistemi curativi?

Ci sono delle barriere culturali da superare. Le persone sono state abituate per secoli ad avere un rapporto diretto con il medico e c’è l’dea che la trasmissione, la diagnosi e la terapia a distanza vadano bene, solo quando io non posso fare altrimenti. Per esempio, se sono in mezzo al mare su una barca. Io sono convinto che, se riuscissimo a sensibilizzare il grande pubblico sulle opportunità e i vantaggi offerti dalla telemedicina, potremmo risparmiare tempo e denaro e garantire prestazioni, altrimenti non erogabili. Nessun spostamento, nessuna giornata persa, magari anche dall’accompagnatore. Tutto risolto, senza muoversi da casa.

 Professore, io sto pensando al Covid. Reparti ospedalieri intasati, medici di famiglia che non possono correre di qua e di là, e magari hanno paura di contrarre il virus. Perché non ricorrere alla telemedicina? 

La telemedicina avrebbe potuto salvare delle vite umane. E tante persone sarebbero state curate meglio e, soprattutto, lasciate meno sole, in balia degli eventi. Basterebbero poche strumentazioni di semplicissima acquisizione per rendere decine di migliaia di persone meno operatori dipendenti.

  Per quanto riguarda il Covid, basterebbe avere in casa un ossimetro, che misura la quantità di ossigeno presente nel sangue, che deve restare superiore al novantatré per cento, per risolvere sul nascere un problema e impedire tante corse affannose all’ospedale. Un ossimetro costa trenta euro non di più. Trenta euro, che moltiplicati per qualche migliaia, avrebbero impedito il dramma dei sovraffolamenti e, purtroppo, anche  dei posti letto in alcuni casi e momenti insufficienti.  

Professore, lei è anche il coordinatore scientifico della rivista Global Health. Ci può dire che cosa e a che cosa serve?

E’ un giornale on line, che ha anche un’edizione cartacea trimestrale. Si è assunto un compito molto importante nell’epoca della proliferazione in rete di fake news, quello di verificare scrupolosamente tutte le informazioni scientifiche, con particolare a riguardo a quelle sanitarie, che circolano nella rete. Le persone pensano che tutto quello che trovano su Internet sia vero, attendibile, oro colato. Ma non è, purtroppo, così. E la non veridicità delle notizie può diventare gravemente fuorviante, quando concernono la medicina, le malattie e i loro rimedi. Naturalmente, il nostro compito, è anche importante in positivo. Mettiamo in evidenza, non solo i falsi di autore anonimo, ma anche le notizie attendibili, regolarmente registrate e acquisite dalla scienza. E’ uno spartiacque, quello fra il vero e il falso, che può essere decisivo per la salute e, finanche, per la vita dei naviganti in rete.