Tumore al polmone, chi sono i pazienti non curabili con l'immunoterapia

Uno studio condotto da ricercatori dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena coordinato da Marcello Maugeri-Saccà spiega perché il 10% dei malati non risponde a questo tipo di cure

Tumore al polmone (foto Fondazione Veronesi)

Tumore al polmone (foto Fondazione Veronesi)

Salute 10 settembre 2020
Uno studio condotto da ricercatori dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena coordinato da Marcello Maugeri-Saccà e pubblicato su Annals of Oncology ha identificato le peculiarità genetiche che rendono inefficace l’immunoterapia in alcuni pazienti affetti da cancro al polmone.  L’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori, raggiungendo sorprendenti risultati clinici, anche nelle neoplasie polmonari. Grazie a questi nuovi trattamenti, un’importante percentuale di pazienti con tumori del polmone diventano lungo-sopravviventi. Una parte non trascurabile dei malati, tuttavia, non non beneficia del trattamento.

Il gruppo di ricercatori dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena ha scoperto che a non rispondere alla terapia è un sottogruppo di pazienti con adenocarcinomi polmonari che presentano mutazioni contemporanee nei geni KEAP1, PBRM1, SMARCA4 e STK11.

Si tratta del 10% di tutti i pazienti con adenocarcinoma polmonare, un numero importante se si considera che in Italia vengono effettuate circa 42 mila nuove diagnosi all’anno. L’identificazione a priori dei pazienti che non risponderanno al trattamento può permettere da un lato di evitare di sottoporli inutilmente a una terapia per loro inefficace e con effetti collaterali talvolta pericolosi, dall’altro di studiare i meccanismi di resistenza.

Con questa nuova scoperta sarà possibile con un rapido test molecolare diagnosticare questi casi in anticipo ed evitare a questi pazienti terapie per loro inutili; oltre a comportare un effettivo risparmio per il sistema sanitario nazionale», dichiara Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico dell’Istituto Regina Elena. «Tuttavia lo sviluppo di un test diagnostico predittivo richiede ulteriore lavoro di validazione ed altri investimenti».