Io, medico italiano in Usa, tra i primi a ricevere il vaccino anti-Covid

Silvio Podda, chirurgo plastico dell’ospedale St. Joseph's di New York, ha ricevuto l'antidoto della Pfizer. E racconta: "Qui negli Usa è partita la corsa dei ricchi per assicurarsi subito le dosi"

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22 Dicembre 2020 - 14.46


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di Flavia Caroppo

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(New York)

 

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Gli avevano detto che era in lista per la vaccinazione nel pomeriggio di lunedì 21 dicembre, quando anche il Presidente eletto Joe BIden e la sua Vice Kamala Harris si sarebbero fatti iniettare il vaccino. 

Invece, come spesso accade nella vita di Silvio Podda, talentuoso Chirurgo plastico italiano, specialista in ricostruzione Craniofacciale Pediatrica, si è trovato al posto giusto al momento giusto. Si è fatto avanti ed è stato tra i primi chirurghi dell’ospedale St. Joseph’s di New York a ricevere il vaccino a mRNA messo a punto da Pfizer e BioNTech per proteggersi dal COVID-19. 

E lunedì ha assistito all’inoculazione di Biden e della Harris in diretta tv, come decine di milioni di americani, sullo schermo della sala lounge dei medici del San Joseph. 

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Ma facciamo un passo indietro e lasciamo che sia il dottor Podda a raccontare. 

«I primi rumors che stavano per consegnare il vaccino anche da noi sono cominciati lunedì 14 dicembre, verso le 4 del pomeriggio in Italia, subito dopo che Sandra Lindsay, l’infermiera di terapia intensiva dello Jewish Medical Center di Long Island, aveva ricevuto la prima dose del siero. Più o meno allo stesso tempo, nella nostra sala medici stavano liberando una zona per far spazio a un punto prelievo e a una scrivania, con su un computer e una lista. Che però è rimasta bianca fino quasi alla fine della settimana. Giovedì mattina tutti noi medici, il personale sanitario e anche quello amministrativo, abbiamo ricevuto una email per informarci che le vaccinazioni sarebbero iniziate quel giorno, dando anche un’agenda di massima per i tempi. Si specificava anche che la quantità di siero che l’ospedale aveva ricevuto non era sufficiente per coprire tutto il personale, medico e non, in questo primo round. E c’era allegata quella lista, rimasta vuota per giorni, che ora era popolata di nomi». 

A chi avrebbero dato il vaccino? 

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«Hanno deciso di creare un elenco di priorità partendo da chi aveva il rischio di esposizione maggiore. La prima tornata toccava a chi lavora in pronto soccorso, in terapia intensiva, e a tutti gli altri medici (specializzandi inclusi) e infermieri che avevano contatti diretti con i pazienti (principalmente nei reparti di medicina e di chirurgia). Successivamente sarebbe stata la volta delle altre specialità mediche, quindi il personale non medico, i tecnici, il personale amministrativo e così via. 

Si sono creati degli scontenti o no?

«Sì, chiaramente. Sapendo che, in quei primi giorni, il numero di vaccini era limitato (principalmente per questioni logistiche di trasporto, stoccaggio e allocaggio delle quantità tra i vari ospedali), ci sono stati colleghi che si sono sentiti ingiustamente esclusi, o che lamentavano un rischio da esposizione che veniva (a dir loro) sottovalutato. Chirurghi orali che volevano venire considerati come quelli di prima linea, infermieri di camera operatoria che si lamentano di fare da filtro e, quindi, di rischiare, tanto quanto i colleghi di terapia intensiva. Le discussioni, nel mio ospedale, sono rimaste confinate alla macchinetta del caffè, nessuno si è rivolto alla direzione per cercare di “forzare le regole” in favore proprio e dei diretti colleghi. Ben diverso da quello che è successo in California, a Los Angeles, dove nell’ospedale della Stanford University sono arrivate 5mila di dosi di vaccino ma solo 7, su 1300 medici specializzandi (quelli che sono sempre a contatto diretto con i pazienti), sono riusciti a farsi vaccinare». 

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Cosa è successo a Los Angeles? Ha parlato con qualche collega? 

«La direzione dell’ospedale si è scusata parlando di errori nel loro piano di distribuzione. Ma su Twitter una serie di colleghi, che vogliono mantenere l’anonimato, hanno denunciato che una serie di medici che dall’inizio della pandemia lavoravano da casa senza vedere i pazienti, guarda caso si sono presentati in ospedale il giorno della distribuzione del vaccino, cercando di far pesare la loro anzianità aziendale in modo da essere messi in cima alla lista. 

E non solo loro. Ho saputo che in California c’è gente che sta offrendo soldi (tanti) agli ospedali per riuscire ad essere vaccinati pur non essendo medici. E il bello di questa sanità americana è che così facendo non stanno neppure corrompendo il sistema. Loro si presentano agli ospedali dicendo di voler fare un “endowement”, ovvero di regalare soldi alla struttura senza ricevere nulla in cambio. Poi però nessuno può rifiutargli un vaccino, no? Sta succedendo un po’ quel che avviene nelle grandi università dove, guardacaso, spesso gli studenti meno meritori portano il cognome di aule dell’ateneo se non addirittura interi edifici del campus dedicati ai loro parenti benefattori. I meriti (economici) dei nonni cadono sui nipoti».

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I ricchi e potenti che vogliono assicurarsi una dose di vaccino ad ogni costo sembrano gli stessi che, quando tutto è cominciato, negavano virus, pandemia e, ovviamente, l’utilità di indossare le mascherine. Si sono tutti convertiti alla scienza? 

«Non tutti, e la cosa più paradossale è che proprio chi ha facilitato il vaccino negli scorsi mesi e ha creato l’operazione Warp Speed per la distribuzione, è uno che al virus manco ci credeva, il presidente uscente Trump. E i suoi sostenitori, che teoricamente sono coloro che più ne avrebbero bisogno (bianchi, anziani, obesi, con una probabile storia di uso di alcool) non si sono convinti. Il numero di coloro che vogliono il vaccino tra i repubblicani è del 40%, contro il 60% dei democratici. Un dato ancora più paradossale è che solo il 40% della popolazione afro-americana ha dichiarato di volersi far vaccinare, nonostante il 70% dei morti di Covid sia di colore e la formula messa a punto da Pfizer e BionTech abbia il 100% di efficienza sul loro gruppo etnico. La ragione è la comprensibile sfiducia degli Afroamericani nei confronti di un sistema politico che li ha spesso usati e abusati. A partire dall’infame Tuskegee Experiment che li vide cavie umani inconsapevoli, per oltre 40 anni». 

Che cos’è il Tuskegee Experiment?

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«Direi che è l’esperimento più contrario all’etica medica dai tempi del nazismo. Iniziò in Alabama nell’autunno del 1932 e venne presentato alla popolazione come un progetto per studiare (e curare) uomini di colore per un fantomatico “sangue cattivo”. Il reale scopo della ricerca, si venne a sapere in seguito, era di infettare pazienti sani con la sifilide e seguire l’evoluzione della malattia se lasciata incurata. Sì, hai capito bene. Anche dopo la scoperta della penicillina, che li avrebbe curati, a queste cavie umane inconsapevoli non venne dato alcun antibiotico. Furono lasciati morire, cosicché gli scienziati del Dipartimento di Salute Pubblica potessero studiare “la progressione delle malattie veneree nei pazienti negri maschi” (negro males patients). Nel 1972 il New York Times pubblicò le prove di quel che stava accadendo a Tuskegee, e l’anno dopo lo studio fu interrotto. Lo Stato pagò decine di milioni di dollari in risarcimento danni ai pazienti e alle famiglie, e venne creata una legge, il National Research Act, per impedire l’uso di umani come cavie di esperimenti scientifici. Molti anni dopo, persino il presidente Bill Clinton si scusò pubblicamente a nome del Paese».

Il fatto che a ricevere per prime il vaccino, sia sulla costa Est che su quella Ovest, siano state due donne di colore non è un caso, quindi.

«Assolutamente no. C’è una vera e propria campagna di sensibilizzazione in corso, a cui partecipano tanti miei colleghi medici oltre a infermiere, first responders, e persino politici, tutti Afroamericani, per cercare di ricostruire un rapporto di fiducia con la popolazione di colore dando il buon esempio. In questo caso, vaccinandosi in pubblico per convincere quante più persone a fare lo stesso». 

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Ma torniamo a quel venerdì mattina al Saint Joseph. A parte qualche mugugno per non essere entrati in lista i suoi colleghi e il personale paramedico erano eccitati all’idea di ricevere il vaccino?

«Diciamo che l’atmosfera generale era di eccitazione. Da un punto di vista scientifico questo vaccino ha abbattuto tante barriere, ha dimostrato il potenziale di tecniche e soluzioni che prima erano considerate troppo futuribili. Nel bene e nel male, quello che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto in quest’anno ci ha resi tutti protagonisti dei libri di storia. L’eccitazione era data da questa consapevolezza. Però c’è stato anche chi ha scelto di non partecipare a questa fase, preferendo aspettare. La decisione di farsi somministrare o meno il vaccino è, infatti, totalmente volontaria. Non c’è stato neanche bisogno di rifiutarsi, una ventina di colleghi che conosco non si sono semplicemente “arruolati”. Chi perché sta ancora allattando, o perché pianifica una gravidanza a breve, altri perché hanno bambini piccoli, o genitori anziani e così via. 

Quali sono le paure principali di chi ha preferito aspettare?

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«Principalmente quella di allergie e crisi anafilattiche. E poi, ovviamente, che tramite il vaccino ci si infetti col COVID-19. Ma, lasciamelo dire, si tratta di timori fondati sul niente. O sull’ignoranza. Perché non tutti in questi mesi si sono tenuti costantemente informati, in modo da poter prendere, oggi, una decisione basata sui numeri, sui fatti e sulla scienza. Il vaccino NON contiene il virus, nemmeno in una forma depotenziata. Quindi non c’è assolutamente nessun rischio da quel punto di vista. Quello che il siero contiene è un mRNA, cioè un RNA messaggero che permette, una volta entrato nel corpo umano, di stimolarlo a produrre una proteina identica alla proteina spike, quella che il virus del COVID usa come grimaldello per entrare nelle cellule e infettarle. In questo modo, se tu dovessi un giorno incontrare il COVID il tuo corpo lo riconoscerebbe immediatamente grazie alla proteina spike e inizierebbe a reagire, impedendogli di infettarti». 

Ma c’è il rischio che tra dieci anni tutti coloro che oggi hanno avuto il vaccino sviluppino malattie mortali. O magari pinne e branchie?

«No, scientificamente questo non è possibile perché l’mRNA non modifica il nostro DNA in alcun modo. L’unico rischio, se vuoi, è quello di avere una reazione allergica all’albumina utilizzata come vettore o ad altri eccipienti del siero. Ma su oltre 50mila vaccini somministrati ad oggi, i casi di reazione allergica grave sono meno di 5, una percentuale irrisoria. E anche la febbriciattola o il malessere che alcuni dicono di aver provato è solo la reazione fisiologica del corpo al fatto che stiamo introducendo un materiale estraneo nell’organismo. Anzi, sotto un certo punto di vista, avere qualche malessere post-vaccinazione è segno che il proprio sistema immunitario funziona molto bene». 

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Ma non ci ha ancora raccontato com’è stata la sua vaccinazione, e perché l’ha anticipata.

«Per colpa di un caffè. Venerdì, quando hanno cominciato a vaccinare da noi, ero in sala operatoria con il mio team. Finito l’intervento scendiamo a vedere come fosse la situazione. Era mezzogiorno e c’era una fila lunghissima. Non ci provai neanche a mettermi in fila, anzi mi dimenticai perfino del caffè e tornai nel mio studio per rivedere alcuni appunti sul secondo intervento che avrei dovuto fare dopo pochi minuti. Per una casualità, questo venne rimandato di un paio d’ore e così, verso le 15, scesi in sala medici per prendere finalmente quel caffè che volevo da ore. Magicamente, la fila per farsi vaccinare era sparita. Non mi è sembrato vero. Senza aspettare neppure un secondo ho scritto il mio nome sull’elenco e dopo due minuti ero vaccinato. Non ho sentito la puntura dell’ago, e nemmeno la sensazione del liquido che mi veniva iniettato. Più semplice e veloce del vaccino dell’influenza e meno doloroso, per capirci, di un’antitetanica, che tutti abbiamo fatto più di una volta nella vita». 

E poi che è successo?

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«Poi mi sono perso in chiacchiere con le infermiere e i colleghi, e quando è suonato il cerca-persone per segnalarmi che tutto era pronto per l’intervento, sono corso in camera operatoria, dimenticandomi ancora una volta del caffè. Che ho preso alle 6 passate, stanco ma felice di aver operato con successo una spina bifida in un bambino di appena due giorni. E della vaccinazione mi ero quasi dimenticato, me ne sono ricordato quando, facendo la doccia, ho visto il cerotto sul braccio. Non ho avuto alcun sintomo da allora, nemmeno un dolorino lì dove mi hanno fatto l’iniezione. Mi sento quasi meglio di prima». 

E ora? quali sono I passi successivi? Ha già cominciato a sviluppare i “superpoteri”?

«Ora bisogna aspettare tre settimane, nelle quali dovrò tenere un diario quotidiano dei possibili sintomi, e poi farò una seconda inoculazione. Il “richiamo” completerà la copertura immunitaria del primo siero, rendendomi in grado di combattere un possibile futuro contagio da COVID-19 nel 95% dei casi. Questo non significa però che tra sei settimane, quando cioè che anche il test degli anticorpi avrà verificato la risposta del mio organismo, sarò libero di andare in giro come mi pare senza mascherina. Io, infatti, risulterei protetto, e se dovessi venire a contatto con il virus non svilupperei l’infezione; ma sarei comunque in grado di trasmettere il COVID agli altri andando in giro senza mascherina». 

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Anche chi ha già avuto il COVID (magari asintomatico) dovrebbe vaccinarsi? E c’è una differenza tra i due vaccini sul mercato oggi? Cioè quello di Pfizer e quello di Moderna?

«Sì. Tutti si devono vaccinare a meno di casi particolari. E no, non ci sono differenze tra i due vaccini per quanto riguarda il meccanismo d’azione o la capacità di copertura. L’unica differenza è nella maniera di conservazione. Il primo deve essere mantenuto a temperature freddissime, in speciali contenitori refrigerati ad azoto liquido, il secondo no, basta tenerlo in frigo».

Quindi non è finita con la vaccinazione? Nel nostro futuro ci sono ancora le mascherine e la distanza sociale?

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«Per una prima fase sì, purtroppo. Ma proteggersi con la mascherina e tenere le distanze sarà sempre meno necessario quante più persone si vaccineranno. Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e stringere i denti per parte del 2021, fino ad arrivare al 70% della popolazione vaccinata. Solo a quel punto potremo dire di aver vinto la battaglia contro il Coronavirus. Non si sa quanto durerà l’immunità, non conosciamo il virus abbastanza da poterlo prevedere. Ma anche se il virus dovesse mutare (come fa quello dell’influenza), basterà poco per modificare il vaccino e renderlo efficace anche sul virus modificato. Posso quindi rassicurarvi, a nome della scienza, che se oggi ci vacciniamo TUTTI, il Coronavirus non siederà a tavola con noi l’anno prossimo per Natale e Capodanno. Al suo posto inviteremo tutti gli amici e i parenti che, oggi, desideriamo tanto abbracciare».

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