Una proteina di un pesce da laboratorio può salvarci dall'osteoporosi

Una ricerca realizzata dalle università di Singapore e di Wurzburg, in Germania, dà risultanti confortanti per la lotta a una malattia invalidante per milioni di persone dopo i 50 anni

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6 Agosto 2020 - 17.36


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Nuovi trattamenti possibili per l’osteoporosi, malattia di cui soffre una donna su tre e fino ad un uomo su cinque ne soffre, soprattutto le persone che superano i cinquant’anni.

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Attualmente esistono delle terapie per l’osteoporosi tra cui quelle basate sull’utilizzo di farmaci bifosfonati. Questi ultimi servono per fermare l’attività delle cellule addette al riassorbimento osseo e quindi per ristabilire un certo equilibrio.
Purtroppo questi farmaci hanno degli effetti collaterali abbastanza fastidiosi.

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Ed è proprio una nuova strategia quello che suggeriscono i ricercatori Christoph Winkler, del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università Nazionale di Singapore, NUS, e Manfred Schartl, della Julius-Maximilians-Universität Würzburg, Germania.

Nel loro studio, pubblicato su PNAS, descrivono come hanno usato l’analisi genetica nel corpo di un pesce da laboratorio, il medaka giapponese (nome scientifico: Oryzias latipes).

In particolare hanno scoperto una piccola proteina, denominata chemochina CXCL9, che guida le cellule che riassorbono le ossa verso i siti di infiammazione. Questo significa che bloccando, ad esempio con un inibitore chimico, l’attività di CXCL9 e del suo recettore CXCR3 si possono ottenere risultati interessanti perché si può fermare il reclutamento delle stesse cellule del riassorbimento osseo e dunque proteggere le ossa dall’effetto osteoporotico.

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Speriamo questa sia la strada giusta per salvarci dall’osteoporosi 

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